Se lo scatto di Giuseppe Saronni al Mondiale di Goodwood nel settembre del 1982 venne denominato, da tutti, la “fucilata” (di Beppe), allora quello di Michele Bartoli sul mitico Grammont (Muur van Geraardsbergen, Muur, Kapelmuur, oggi non più nel percorso, purtroppo, o sicuramente non più come penultima asperità) al Fiandre del 1996, cioè 30 anni fa, cos’è stato? Un lampo di classe mitologica nella “Monumento” forse più affascinante di tutte (parere personale). Certamente la più amata da chi scrive. Che anni quegli anni per il ciclismo italiano e a pensarci oggi ci assale un profondo senso di nostalgia. Squadre del nostro Paese in maggioranza, azzurri protagonisti ovunque e in massa, in ogni corsa, vincenti o piazzati che fossero, di nuovo sul podio al Tour de France, cosa che non accadeva dai tempi di Felice Gimondi. Tutto (ri)nacque nel 1990, dopo due anni magrissimi (a parte il Mondiale di Fondriest del 1988), con Moser-Saronni già ritirati o sul viale del tramonto, e Argentin in crisi per due stagioni (proprio quelle, 1988-1989). ESPLOSIONE Gianni Bugno diede il là alla rinascita vincendo con una fuga da lontano la Milano-Sanremo 1990, Argentin, ritrovatosi con Ferretti all’Ariostea, anche perché finalmente a posto fisicamente e senza pressioni, si impose meravigliosamente proprio al Fiandre, 23 anni dopo la sorpresa Zandegù, lasciando sul posto Fignon e compagnia a circa 35 km dal traguardo, in una fase di passaggio tra i muri e le strade statali, sempre immerse nella campagna, e non prive di salite. Con lui andò in fuga il belga Rudy Dhaenens della PDM, futuro iridato proprio in quella stagione, giustiziato poi in volata. Sorte maledetta, la sua: Rudy sarebbe deceduto solo 8 anni più tardi, già ritiratosi e commentatore televisivo, per le conseguenze di un incidente stradale, proprio alla vigilia del Giro delle Fiandre. La copertina di BS-Bicisport celebrativa del 1996 conservata gelosamente dall’autore di questo articolo Nel 1994 Bugno regolò in volata un tris di campioni con cui era andato in fuga, ovvero anche Museuuw, Tchmil e Ballerini, ma fece tremare tutti per quelle braccia alzate in anticipo mentre Johan stava rinvenendo, imponendosi poi di 1cm solamente, ma con pieno merito. Museeuw, per dire, era un velocista trasformatosi in cacciatore di classiche, ma nel 1990 vinceva le volate di gruppo al Tour… Trent’anni fa. 1996. Michele Bartoli dalla Mercatone Uno (sì quella di Marco Pantani, ma dopo…) si era appena trasferito alla MG-Technogym, che era stata anche di Cipollini, Museeuw e Ballerini fino a pochi anni prima, voluto fortissimamente dal “paron”Ferretti, mitico direttore sportivo di tante squadre, anche dello stesso Argentin all’Ariostea nel 1990, come detto. Sergente di ferro, ma fenomenale nel suo lavoro. CARRIERA Solo un anno prima, ancora in maglia giallonera, Bartoli aveva chiuso terzo una Liegi-Bastogne-Liegi beffarda per gli italiani, che erano i più forti, ma “fecero” in qualche modo vincere lo svizzero Gianetti, con Bugno, già alla Mapei, terminato secondo in maniera quasi incredibile. Insomma, che fosse un corridore da classiche Michele lo si era intuito già da un pezzo, ma sprecava ancora troppe energie per poi rimanere in riserva nei finali. In ogni caso, Bartoli è anche stato, in carriera, 9° nella classifica finale della Vuelta (proprio nel 1995) e 19° al Tour de France (1996). Mica male. La strategia era chiara quel giorno: correre coperto, senza sprecare troppe energie, ma facendo gara di testa, fino al mitico “Muur“, con tutta la squadra a supporto. E poi piazzare la stoccata decisiva su quello che all’epoca era il “faro” della corsa, il muro più affascinane, con la sua cappella simbolica in cima, il pavé, un patrimonio nazionale, penultima asperità di giornata prima del Bosberg. In quegli anni il percorso era questo. TRIONFO Addirittura Michele era andato in ricognizione il giorno prima (come si fa sempre, per carità), scegliendo anche il punto esatto in cui piazzare il colpo. Con il beneplacito di Ferretti. L’aspetto più incredibile è che andò esattamente così! Ma quello scatto, su una “salita” breve che in quel momento rappresentava anche uno dei passaggi più belli del panorama del ciclismo mondiale, è rimasto nella storia. Perché Michele ha staccato tutti i migliori con un potenza incredibile, anche al 20% di pendenza, e poi dopo il Bosberg ha incrementato un vantaggio che fin lì era comunque minimo. Arrivando infine a braccia alzate, ma in solitudine, come solo Magni, il “leone delle Fiandre” era riuscito a fare tra il 1949 (proprio quando venne introdotto il Grammont per la prima volta) e il 1951, consecutivamente. Fabio Baldato, secondo, completò il successo italiano e di squadra, in quel mitico 1996. Bartoli poi avrebbe aggiunto al suo palmarès, stile Argentin, 2 Liegi, 2 Lombardia, 1 Freccia Vallone, un Amstel Gold Race e due bronzi iridati. Non vinse mai il titolo mondiale, che avrebbe meritato, la Milano-Sanremo (come lo stesso Moreno) e purtroppo si innamorò troppo tardi della Parigi-Roubaix, che avrebbe potuto domare se solo ci avesse provato un po’ prima e non a fine carriera. Il pisano resta un corridore leggendario e degno erede proprio del citato Argentin. FINE DI UN MITO Purtroppo, invece, il mitico muro di Grammont non è più nel percorso, dal 2012. Flanders Classics decise infatti quell’anno di rivoluzionare il Giro delle Fiandre, spostando l’arrivo a Oudenaarde, tra l’altro sede del museo della Ronde, molto più distante dal Muur e dal Bosberg, che infatti “sparirono”. Il circuito finale prevede ora Oude Kwaremont e Paterberg da ripetere più volte. Il motivo principale risiede nel fatto che il Muur è troppo lontano dall’arrivo e non avrebbe più un ruolo decisivo (ma inserito di nuovo nel 2017, molto lontano dal traguardo, a 100km, risultò comunque il trampolino di lancio per Gilbert…). La corsa ha perso un pezzo di storia e la sua vera anima, anche se i tifosi sul Kwaremont vedono ben tre passaggi e il finale diventa ora più televisivo e più vicino agli ultimi muri. Ma che amarezza. La cappella in cima al muro di Grammont Navigazione articoli Milano-Sanremo, occhio all’annata con il “6”. Colombo, Pozzato. E Merckx… Pogacar: prima le 5 Monumento, poi i 3 grandi Giri (nel 2027)?