Il Patrimonio Unesco delle Alpi? La maestosità delle Rocky Mountains? Le prestigiose località turistiche in Colorado? Le gole profonde dei Pirenei? I gelidi altipiani scandinavi? Macché. La Coppa del Mondo di sci alpino nasce in Cile, nell’emisfero sud del mondo, perché lì si disputano a sorpresa i Campionati Mondiali nell’agosto del 1966, in contemporanea o quasi con il Mondiale di calcio (e non sarà un particolare da poco, come vedremo). Per essere precisi la manifestazione viene ideata a Portillo, un’area sciistica situata al confine tra Cile e Argentina, a 160km dalla capitale Santiago. Un centro ai piedi delle Ande sulle rive del bel lago Laguna del Inca, dove si scia da metà giugno a inizio ottobre. Guido Oddo e il suo leggendario “Il libro dello SCI” GENESI Ma prima di approdare in Sud America la strada da compiere è molto, molto lunga. L’idea di un concorso a punti con classifiche finali si fa strada nella mente degli addetti ai lavori per portare chiarezza all’interno di un mondo già sviluppato, ma frastagliato in troppe gare, per quanto prestigiose, senza un denominatore comune. Anzi. Possiamo azzardare una considerazione ben più profonda, ma per capirla è necessario sintonizzarsi sui primi anni ’60 del XX secolo. Lo sci alpino sembra a quell’epoca uno sport in crisi. Il fatto è che la massa, il popolo degli appassionati, ha bisogno di eroi per alimentare il fuoco della passione. E all’inizio degli anni sessanta non esiste nessun eroe nello sci alpino. Certo, il francese Jean Vuarnet, di cui parleremo a lungo più avanti, ha perfezionato e lanciato la posizione “a uovo” per la discesa, inventata da Zeno Colò, vincendo tra l’altro l’oro olimpico a Squaw Valley 1960 in libera, e diventerà figura fondamentale per la rinascita dello sci alpino italiano, appunto, a fine decennio. Ma non scalda i cuori del pubblico internazionale. E proprio i citati Giochi del ’60, come scrive Guido Oddo ne “il libro dello SCI”, “avevano lasciato un po’ di amaro in bocca, sia agli sportivi sia ai tecnici: nessun grande campione era apparso all’orizzonte”. Toni Sailer (AUT) ©Pentaphoto CAMPIONI IMMORTALI Non fraintendeteci: di grandi sciatori è piena zeppa ogni epoca, ma in questo caso si intende qualcosa di più, parliamo di personaggi capaci di trascendere il proprio sport ed entrare nell’olimpo degli atleti eterni, forse anche degli uomini “immortali”. Ecco. Il riferimento principale è ad Anton Engelbert “Toni” Sailer, il fenomenale atleta austriaco di Kitzbühel che aveva stupito tutti con le sue imprese leggendarie (tre ori olimpici ai Giochi di Cortina 1956 e un quarto, vinto nella combinata, valeva solo per il titolo iridato, oltre a sette trionfi mondiali), il “golden Toni” del Wunderteam, ritirato da tempo per dedicarsi alla carriera cinematografica (comparirà in una quindicina di film tra il 1958 e il 1979, commedie leggere ambientate in parte nelle regioni alpine, dove mette in mostra il suo talento sciistico). Tornerà nell’ambiente tra il 1972 e il 1976 in qualità di allenatore capo e direttore tecnico della squadra austriaca, ricoprendo in seguito vari incarichi in seno alla Federsci del suo Paese. Nuovi campioni sono venuti alla ribalta, certo, ma non così grandi da far dimenticare il mitico Sailer. E allora? E allora ecco il momento giusto per farsi venire nuove idee, che puntualmente arrivano. Ma questo è materiale per la seconda puntata (1 – continua). Alpine Skiing World Cup Navigazione articoli Crans Montana 2027, meno di 160 giorni al via! Coppa del Mondo – Storia – I concorsi non bastano più