Laura Pirovano in posa al FISI Media Day con la Coppa di specialità in discesa libera ©PentaphotoLaura Pirovano in posa al FISI Media Day con la Coppa di specialità in discesa libera ©Pentaphoto

Diceva Confucio, storico filosofo cinese: “La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo una caduta“. Chissà che ripensando oggi al superG di Crans Montana, con una Coppa di discesa piazzata sul pianoforte di casa, cantando e suonando possibilmente, Laura Pirovano riesca persino sorridere per quella vittoria che era già in ghiaccio e invece non è arrivata, là in Svizzera, a due porte dal traguardo.

Certo il 31 gennaio 2026, cioè a caldo, quell’uscita le provocò un po’ di dolore interiore, come racconta lei stessa più avanti in questo stesso articolo. Ma dalla sofferenza si sa possono nascere poi grandi imprese. “Le cose della vita, fanno piangere i poeti” cantava nei profondi anni ’70 Antonello Venditti. Il karma, il destino. Chiamatelo come volete. Laura da Spiazzo in Val Rendena, classe 1997, trentina con la passione per il mare, il caldo e il pianoforte, meritava tutto quello che le è accaduto, in carriera, nello scorso marzo. Tutto e anche di più

Per la sua bravura, la sua classe, il suo coraggio, la sua determinazione nel rialzarsi dopo due infortuni alle ginocchia che avrebbero “ammazzato un toro” e sempre negli anni olimpici (gennaio 2018 e ottobre 2021) e per quel “record negativo” di piazzamenti in top10 senza podi che fino al 6 marzo scorso deteneva, senza dimenticare, però, che quando ti piazzi quattro volte al 4° posto e sette al 5°, in Coppa del Mondo, tra discesa e superG, vuol dire che sei nell’élite, non certo una comprimaria.

Laura Pirovano con la Coppa del Mondo di discesa libera ©Pentaphoto
Laura Pirovano con la Coppa del Mondo di discesa libera ©Pentaphoto

Ma ovviamente come tutte le atlete anche lei sognava di più. Almeno un podio. Solo quello. E invece ha raccolto il triplo di quanto sperato, in sole tre settimane. Incontriamo Laura Pirovano a Milano durante il FISI Media Day post stagione (perché c’è anche quello pre, ovviamente). E, sembrerà banale, ma dobbiamo dirlo: Laura è proprio un inno alla purezza dell’atleta. Fatto raramente riscontrabile, credeteci.

Mai una parola fuori posto, sempre sorridente, umile, belle maniere, bell’eloquio e quella sensazione di non sentirsi mai la più brava di tutte, anche se in realtà lo è. Lo è sicuramente stata. Almeno per una stagione. Almeno in discesa libera.

Laura, si rende finalmente conto di quanto è stata brava?
«Diciamo che in questi giorni sto realizzando un po’ di più quello che ho fatto. Subito no. Ogni volta che butto gli occhi su quella cosa là, cioè la coppa, ancora non ci credo. Erano anni che sembrava irraggiungibile anche solo un piccolo step avanti, cioè salire su podio, e nel giro di tre settimane ho fatto vittoria-vittoria-vittoria-coppetta. Diciamo che sono rimasta tramortita!».

Si è chiesta perché è successo tutto questo?
«Non lo so, davvero non ne ho idea, sinceramente. Perché il mio approccio alla gara non è cambiato, la mia sciata non è cambiata, idem per quello che io ci metto in gara, la mia confidenza. A me è sembrato tutto uguale a prima, cioè a quei momenti in cui arrivavo quarta o quinta. Non saprei proprio dire il motivo, ma evidentemente qualcosa c’è stato di diverso, solo che devo ancora capire che cosa».

Laura Pirovano in prova a Kvitfjell ©Pentaphoto
Laura Pirovano in prova a Kvitfjell ©Pentaphoto

La Coppa dove la tiene ora?
 «Oggi è qui con me, ma diciamo momentaneamente sul pianoforte. E’ incredibile per me, ogni volta che ci passo davanti e la guardo. Faccio fatica ancora un po’ a crederci, anche perché abbiamo avuto poco tempo per fermarci e provare a realizzare quello che è stato. In fondo è successo tutto in sole tre settimane. Dopo tanti, tanti anni di lavoro, sacrifici, attesa volendo vedere. Stavo sperando solo in un podio e sono arrivate tre vittorie di fila, di cui due per 1 centesimo, con la Coppa. Diciamo che sono rimasta abbastanza stordita dalla situazione e spero di poterlo realizzare a breve. Solo adesso, forse, sto capendo».

Crans Montana?
«Quello è stato un momento abbastanza difficile per me. Non dico di aver passato tre giorni depressa, no, ma è stato difficile poter andare oltre. Non ho pensato “oddio non mi succederà più”, ma ho pensato “finalmente ero riuscita a metterci le mani sopra e per colpa di un errore torno a casa a mani vuote”.

Un conto è chiudere una gara dove comunque si dà il massimo e arrivare quarta o quinta. Un conto è vedere che per 30 curve su 32 sono stata la migliore al mondo e poi per colpa di un mio errore non sono riuscita ad agguantare quello che da tanto tempo speravo di poter raggiungere. E’ stato molto difficile accettarlo, prima, e superarlo poi. Per fortuna dopo avevo l’appuntamento olimpico e quindi il mio focus è andato su un altro sogno, perché era la mia prima edizione a cinque cerchi, che dopo tanti anni e diverse occasioni mancate si poteva realizzare. Quindi dai Giochi ho svoltato e soprattutto mi sono goduta in pieno quell’esperienza».

Contenta appunto dei suoi primi Giochi Olimpici?
«Molto. Soprattutto perché la strada per arrivare anche solo a partecipare è stata piena di ostacoli. Il fatto di esserci ha significato molto per me. L’Olimpiade era quell’evento che sognavo da tanto tempo e per colpa di un infortunio, ogni volta, non avevo mai avuto l’occasione di vivere. E se posso dire comunque sono anche fiera di come l’ho affrontata, perché la parte emotiva era importante. Ero veramente agitatissima e l’ho vissuta al 100%, ogni momento. Il fatto di portare a casa un 5° e un 6° posto con anche tutte queste emozioni in ballo, è stato bello e importante. E’ ovvio che contino le medaglie ai Giochi, ma porto a casa una grandissima esperienza».

Laura Pirovano ©Pentaphoto
Laura Pirovano ©Pentaphoto

Come ha fatto a reggere la pressione invece a Lillehammer?
«A dire il vero non lo so, perché ero molto agitata già il giorno prima della gara. La notte non ho dormito. Poi paradossalmente appena prima della discesa è andata molto meglio, perché era l’attesa la cosa più sfiancante. In realtà quando finalmente era ora di mettere tutto in campo ed essere finalmente autrice del mio destino, diciamo che c’era la “normale” agitazione per la gara, ma non molto di più rispetto alle altre competizioni della stagione. Quindi sapevo solamente di dover fare quello che avevo fatto in tutte le altre gare: aprire il cancelletto, dare il massimo, cercare di sciare bene e poi i conti li avrei fatti alla fine».

Gigante?
«Sono contentissima di essere riuscita a rimettere in piedi in qualche modo il mio gigante. E adesso vorrei “darmi” altre chance tra le porte larghe, mettiamola così, perché causa infortuni sento di aver dovuto interrompere troppo presto questo percorso ed è comunque una disciplina che io porto nel cuore. Sölden? Vediamo, perché l’ultima mia grande batosta l’ho presa proprio su quella pista. Quindi sarebbe la prima volta che effettivamente ci rimetto i piedi sopra. Sarebbe una gran bella rivincita».

Capita di pensare, al cancelletto: “Se vinco la gara, vinco anche la coppa!”. E come ci si sente in quei momenti?
«Capita. E’ capitato. In realtà non ci avevo mai pensato prima, ma dopo aver indossato il pettorale rosso in Val di Fassa, due pensierini li devi fare, obbligatoriamente. Il giorno prima è stato snervante. Ero veramente agitatissima. L’attesa era un qualcosa che non riuscivo più a gestire. Il fatto di dover aspettare e il fatto di sapere che di lì a poche ore si sarebbe decisa una cosa che per la mia carriera valeva tantissimo, rendeva il tutto più difficile. Cercavo di focalizzare i miei pensieri sul fatto che in ogni caso sarebbe stata comunque una vittoria per me. Perché se mi avessero parlato anche solo del podio nella classifica di discesa a inizio stagione, ci avrei fatto la firma.

Diciamo che personalmente avevo già vinto, poi è ovvio che guardare un po’ più avanti, vedere la coppa lì e sapere che puoi prenderla, ti destabilizza un attimo. Appena prima di partire sono comunque riuscita a trovare una sorta di calma, perché l’ultima atleta che ho visto era Kira Weidle, la tedesca. E ha fatto una gara strepitosa, dando circa 2″ alla mia miglior prova cronometrata. Sapevo che era in lotta anche lei per la Coppa, e allora ho fatto una riflessione molto lucida.

Mi sono detta: “Molto probabilmente anche dando il massimo non posso fare meglio di lei, quindi se questo è quello che lei è riuscita a mettere in campo, vuol dire che si meriterà tutto quello che si può vincere oggi. L’unica cosa che posso fare, finalmente, è poter essere un po’ autrice del mio destino e non solo aspettare, ma fare qualcosa. E quello che devo fare è semplicemente quello che ho fatto in tutte le altre gare della stagione. Il mio approccio è stato identico: attaccare come in tutte le altre gare. Non mi son sentita di cambiare nulla. E poi è andata come è andata».

Ora sente più fiducia? Anche in gigante?
«Per il gigante serve sicuramente più allenamento. E voglio continuare a farlo, senza però togliere nulla alla velocità, perché abbiamo visto che… quella è la giusta strada su cui proseguire. Il sogno dei 1000 punti in classifica? Vediamo. Sarebbe bello. Facciamo un passo alla volta».

Gruppo azzurro in festa in Norvegia per Laura Pirovano ©Pentaphoto
Gruppo azzurro in festa in Norvegia per Laura Pirovano ©Pentaphoto

2 pensiero su “Pirovano: «Tramortita! Sogni un podio e… arriva tutto in 3 settimane»”
  1. Il messaggio che passa è di una ragazza umile, sana e a modo. Molto raro in quell’ambiente. Meritatissimo tutto quello che ha ottenuto e potrà ottenere!

    1. E’ così! E’ raro, perché poi in pista la grinta e il carattere li tira fuori eccome, altrimenti non sarebbe a questi livelli. Avendo conosciuto i suoi genitori, posso dire semplicemente che… è stata ben educata! Sembra semplice, ma non lo è.

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