Una lettera, pubblicata sul Blick. Un ricordo sentito. Quello di Bernhard Russi nei confronti di Roland Collombin. Due leggende dello sci mondiale, soprattutto della discesa, una purtroppo appena scomparsa: «Mi ha chiamato la settimana scorsa», dice proprio Russi, amico e rivale in pista di Roland. Collombin vantava 8 vittorie con 11 podi in Coppa del Mondo, tutti ottenuti in discesa. In quattro di questi, vi era salito con Russi. Possiamo fare 5 considerando i Giochi di Sapporo ‘72: Bernhard oro, Roland argento. Un trionfo svizzero, come tutti quei Giochi nello sci alpino, programmati con largo anticipo dai rossocrociati per adattarsi al meglio al tipo di neve. «È difficile dire addio in questo modo. Mettere ordine nei pensieri e nei ricordi di un amico e di una persona davvero speciale, e condividerli. Roland mi ha chiamato proprio la settimana scorsa. Con grande calma e serenità! «Non ce la faccio più, me ne vado!», le prime parole di Russi. «Poi abbiamo filosofeggiato sulla vita per circa mezz’ora. Abbiamo ricordato quanto fossero estremi, impegnativi e anche pericolosi certi momenti, quanto fossero belli, divertenti e indimenticabili altri. Eravamo d’accordo sul fatto che nella vita, per essere felici e soddisfatti, ciò che conta è ciò che si è vissuto e non ciò che non si è vissuto. Ciò che la vita ci ha regalato e non ciò che potrebbe ancora arrivare. Roland ha vissuto, ha sperimentato e non si è lasciato sfuggire nulla. Ha sempre flirtato con i limiti, non amava farsi vincolare da strutture o regole». Roland Collombin a Sapporo ’72: argento olimpico in discesa libera ©Pentaphoto «Sulle piste da discesa più difficili del mondo dello sci ha stabilito nuovi standard. Con il suo stile di sciata aggressivo e rischioso, ma anche con il suo atteggiamento “disinvolto” nei confronti dell’allenamento, della preparazione e dell’obbedienza, ha portato quasi alla disperazione i suoi avversari, me compreso, e i suoi allenatori». «Roland è sempre stato percepito in modo diverso, etichettato, incasellato in un’immagine in cui sì, si sentiva a suo agio e che gli piaceva, ma alla quale in realtà non apparteneva affatto. Spesso non era affatto così coraggioso come il suo stile di sci lasciava supporre. Aveva una paura folle dei salti. Non era così indisciplinato negli allenamenti come tutti noi credevamo, ma recuperava tutto ciò che aveva perso a casa, da solo e lontano dagli occhi del pubblico. Il selvaggio, duro e folle Roland Collombin non era affatto così lontano dalla linea ideale come il pubblico amava credere». «Al contrario, era una persona molto emotiva e di grande cuore. La sua famiglia, i suoi amici e la sua terra natale significavano per lui più delle medaglie e delle vittorie. È triste che non ci sia più. Avremmo avuto ancora così tanto da condividere. Non ha potuto rispondere alla mia ultima telefonata, venerdì a mezzogiorno. Il cronometro della sua ultima gara stava già scandendo gli ultimi secondi. Addio, amico mio!». Il fatto che il suo ultimo podio e la sua ultima vittoria siano arrivati a Kitzbühel, dove già si era imposto, cioè il tempio della discesa mondiale e lo stava diventando proprio in quegli anni, non è evidentemente un caso. Con lui in quell’occasione sul podio ci furono due italiani, Anzi e Besson, quest’ultimo scomparso a 75 anni. Come Collombin. Stefano Anzi e Giuliano Besson secondi a parimerito a Kitzbühel ’74 dietro Roland Collombin Navigazione articoli La nuova Shiffrin: «Curiosità ed esplorazione» Della Mea, ancora problemi alla schiena: «Ma sogno già… Alpes 2030»