Arianna Fontana ©PentaphotoArianna Fontana ©Pentaphoto

Il primo pensiero pervenuto alla mente è stato: «Wow, questa è più brava di noi». Proprio lei, Arianna Fontana da Polaggia di Berbenno, classe d’oro 1990 (come Brignone, Pellegrino, Wierer), l’atleta italiana più medagliata della storia ai Giochi Olimpici, che quando si è trattato di parlare, di difendere le proprie idee o la propria filosofia, anche di denunciare (per fatti ormai arci-noti), non si è mai tirata indietro.

Ecco, proprio lei, per una volta non si è unita al coro di chi, senza neanche riflettere un minimo e in qualche modo promuovendosi a vicenda, si è scagliato contro il Presidente (ormai ex) federale Gravina, dopo le sue dichiarazioni post Bosnia Erzegovina-Italia, con la conseguente terza esclusione consecutiva dell’Italia dai Mondiali di calcio.

Arianna Fontana e i suoi pensieri su Instagram. Molto condivisibili
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Lungi da noi difendere Gravina, anzi, ma non è lui l’origine di tutti i mali. Non avrebbe dovuto fare quella dichiarazioni sui dilettanti vs professionisti, no, in un momento in cui poi l’Italia degli sport olimpici vince ovunque e vince tantissimo, ma la domanda che a quel punto andava forse posta a lui era: «Scusi, presidente, ma esattamene cosa vuole dire?», perché quelle parole personalmente le ho interpretate come “lo sport professionistico è un’altra cosa, è più strutturato, è più complesso” ecc. ecc., ma allora a quel punto verrebbe da replicare: «A maggior ragione se siete professionisti, almeno certo figure dovreste evitarle», ecco d’istinto avrei posto questa suddetta domanda e poi risposto così.

In realtà nel calcio moderno la sconfitta, sì anche contro la Bosnia, contro la Macedonia, la Svezia, va accettata. Ovvero, sul campo si può perdere, non è quello il punto. Il punto, modesto parere personale, è che se anche l’Italia si fosse qualificata alla XXIII edizione della FIFA World Cup, non sarebbe cambiato assolutamente nulla. E non avrebbe fatto grande strada. E che il discorso professionisti-dilettanti ci azzecca come i cavoli a merenda. Il calcio italiano ha un problema da almeno tre lustri abbondanti e non è nemmeno difficile da individuare, senza voler fare quelli che hanno la soluzione in tasca. Perché non ce l’abbiamo.

Arianna Fontana e i suoi pensieri su Instagram. Molto condivisibili
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Ma qual è questo problema, in primis? Semplice: gli italiani non giocano più in serie A! E i giovani più talentuosi scappano all’estero. Si badi bene che il problema esiste anche in altri settori: molti ragazzi vanno in Germania, Francia, Spagna o Stati Uniti a cercare lavoro dopo magari aver conseguito Laura&Master, in Università che sono ancora di buonissimo livello, le nostre. Poi però all’estero trovano in primis un impiego, salari più alti e forse anche una vita più dignitosa. Esagero, ma nemmeno tanto, per quanto questo rimanga il Paese più bello del mondo per 1000 motivi. L’Italia, of course.

Non c’entra nulla? Il calcio in Italia è lo specchio della società. Quando, a metà anni ’80, l’Italia era l’Eldorado del pallone, cioè letteralmente “il Paese dorato del calcio“, beh al Governo c’era il socialista Bettino Craxi e con lui il Bel Paese arrivò ad avere la quinta economia più potente al mondo. Peccato che nel frattempo cresceva a dismisura anche il debito pubblico, poi uscito fuori controllo. Calcio&politica da sempre vanno a braccetto, nel bene e nel male. Negli anni ’80 funzionava tutto in Italia, apparentemente (con mille magagne uscite poi allo scoperto a partire dal 1992): i giornali si vendevano a milioni, le piccole aziende sopravvivevano alla grande e anzi proliferavano, i dischi si vendevano in quantità industriale, il lavoro si trovava molto più facilmente, idem il posto fisso, e chi era nato nei decenni precedenti guarda caso faceva carriera. E funzionava anche il calcio!

Al di là dei dirigenti e degli allenatori che verrano scelti per (e dalla) FIGC (sicuramente uno con la schiena dritta come Paolo Maldini farebbe comodo, idem un Alessandro Del Piero; mentre per gli allenatori personalmente, ma temo sia impossibile, rifonderei il cosiddetto Club Italia, da dove uscirono Enzo Bearzot, Azeglio Vicini, Cesare Maldini, tutti con pochissima esperienza di club, ma moltissima in Nazionale, anche da vice o allenatori dell’Under 21), bisogna risolvere la questione alla base.

Arianna Fontana e i suoi pensieri su Instagram. Molto condivisibili
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E alla base ce ne sono due, addirittura, non uno come già accennato: ho partecipato a un Convegno sul calcio, all’Arena Gianni Brera di Milano qualche mese fa. Tra i tanti interventi, quello di Maurizio Viscidi, bravissimo, coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili maschili che qualcosa hanno vinto negli ultimi anni.

Ebbene. Attraverso diapositive, dati, immagini e video, ha mostrato come all’estero si lavori molto di più sulla tecnica individuale, sull’arte del dribbling, fin dai 14 anni, cosa che invece in Italia si fa sempre meno. E l’ha dimostrato con filmati che mettevano a confronto, sugli stessi esercizi, calciatori italiani adolescenti con spagnoli o persino giapponesi. Il paragone era imbarazzante, purtroppo non posso dimostrarlo qui. Sembrava di vedere un altro mondo, quasi un altro sport.

L’altro problema è già stato enunciato: gli italiani non giocano più, se non all’estero, dove magari sono titolari in grandi squadre di Premier League, ma pochi. In Italia, sempre meno. Sembra banale, ma la base di partenza per cambiare tutto sta lì. Come farlo? Difficile dirlo. Obbligare a schierare almeno 4 italiani in campo in serie A? Bisogna capire se è fattibile anche a livello legislativo. Potrebbe non essere una cattiva idea.

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Nella pallavolo italiana queste regole, inserite da anni, hanno funzionato benissimo, così come la creazione di un Club Italia (proprio da Velasco, a fine anni ’90) che ha portato frutti enormi, almeno al femminile. Ma il calcio è un’altra storia, in Italia. Va individuata una soluzione e va individuata in fretta. Complimenti al Ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, che non poteva intervenire direttamente (per commissionare una Federazione servono motivazioni previste per legge), ma lo ha fatto a parole, in maniera tempestiva, autorevole e forte, provocando sicuramente lo scossone definitivo che ha portato a tante dimissioni. Ci sta, dopo una disfatta di proporzioni simili.

Personalmente, manterrei solo Gianluigi Buffon nel ruolo di Team Manager, tagliato su misura per lui, come lo fu per Gigi Riva, che rimase in sella tantissimi anni, indipendentemente dai risultati, dagli allenatori che di volta in volta cambiavano, vivendo gioie (2006) e dolori (1994, 2000, ma certo con sconfitte arrivate in Finale e con una grande Nazionale. Bei tempi). Non è e non è stato sicuramente lui il problema, anche se la scelta di Gattuso, da lui suggerita, non è parsa sicuramene troppo brillante, dato il curriculum da allenatore (spiace dirlo) del grande Rino.

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Ora cito le parole di un collega, bravissimo, e un addetto ai lavori. Intanto Enrico Spada di OA Sport: «Avete passato la vostra settimana a maledire Gravina, ad aspettare le sue dimissioni? Avete sofferto fino all’ultimo rigore di Bosnia-Italia? Siete inevitabilmente tristi per la terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali? Bene! Sappiate che siamo solo all’inizio! Gli esempi nello sport italiano non mancano. Il tennis, infestato da clientelismo e incapacità dirigenziale, ci ha messo 45 anni a produrre nuovi campioni dopo la generazione di Panatta.

L’atletica ha impiegato più di 20 anni per tornare a sfornare campioni dopo i trionfi degli anni ‘80 e ‘90. Il calcio, Gravina o no, da decenni va controcorrente rispetto a quelle che sono le linee programmatiche a livello giovanile delle nazioni che vincono, scelta quantomeno bizzarra e quindi per i prossimi almeno 10/15 anni la situazione non potrà cambiare e resterà questa. Per l’Italia sarà una faticosa corsa ad inseguire chi le cose da anni le fa meglio a livello giovanile e costruisce campioni. Il “nostro” Mondiale sarà forse l’Europeo perché si qualificano 24 squadre su 55, se va bene».

Lo stesso Spada suggerisce poi di dare un’occhiata ai pensieri di Alessandro Zauli, che conosce l’ambiente dall’interno. E si è espresso così sui social, trovate tutto sulla sua pagina FB:

«In Italia abbiamo sempre bisogno dell’ uomo nero con cui scaricarci la coscienza, ci sono ancora persone che pensano che eliminato lui tutto magicamente prenda a funzionare perfettamente, è così da sempre e purtroppo sarà sempre così. Gravina si è dimesso, Buffon pure, forse li seguirà Gattuso e quindi da domani pomeriggio l’attività di base di tutti i nostri settori giovanili diventerà perfetta come un orologio svizzero.

Non vedremo più squadre di primi calci che fanno gli schemi sul calcio d’angolo, riscaldamenti “tattici” nei 2020, infiniti passaggi al portiere che non può essere attaccato, file kilometriche in allenamento e tutto quanto fa spettacolo. Non sentiremo più parlare di allenatori “vincenti” nei pulcini, di esoneri “per centrare gli obiettivi” negli esordienti e di stagione positiva perché si sono vinti i tornei della nonna.

Perché diciamo la verità il problema è che nell’attività di base facciamo proprio schifo, da tanto tempo, nessuno vuole allenarla perché non è calcio “vero” e la maggior parte di chi ci si dedica tratta i bambini come piccoli adulti. Ovviamente vi sono anche colonie di “giapponesi” che provano a resistere nonostante il disastro imperante e cercano di mantenere nel settore un minimo di dignità.

Nelle partite fin dalla più tenera età furbate, simulazioni, perdite di tempo, tatticismi, senza contare l’autoarbitraggio che è solo la prevalenza dei prepotenti. L’ obiettivo? Non esiste. La prospettiva dei bambini? Chissenefrega.

E questo vale per i dilettanti come per i professionisti, dove si prendono i bimbi a otto anni senza avere la pazienza di aspettarli strutturando un percorso, se non va bene avanti un altro tanto c’è la fila e la giostra riprende. Non parliamo poi delle società, che considerano un istruttore del settore come un badante e lo “gratificano” con rimborsi offensivi solo a proporli.

E pensiamo davvero che per risolvere questo mare magnum, basti sostituire Gravina con Malagò? Sarebbe ora che ognuno di noi si assumesse le proprie responsabilità, prima di dare la colpa all’ uomo nero pensiamo noi a cosa potremmo fare di meglio a casa nostra. Troppo comodo scaricare sempre sugli altri.

Troppo comodo e inutile soprattutto. E chiunque dovrà rimettere mano a questo disastro, sull’attività di base deve intervenire a gamba tesa, con un fallo da rosso diretto.

Buona serata. Alessandro Zauli». Amen.

 

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