Laura Pirovano scherza sul suo passato, su un destino che ha ribaltato completamente (ma era già al top, giova ricordarlo, mancava solo l’ultimo step) e guarda con rinnovata fiducia alla prossima stagione. Lo fa anche in un’intervista rilasciata a “Il T – Quotidiano”, di cui riportiamo solo qualche estratto significativo. E si scopre persino che anche lei aveva un suo soprannome. Se Federica Brignone è «la Tigre», Sofia Goggia, a volte, «la Ninja», Laura Pirovano ne ha uno… particolare anche se, racconta, è nato quasi per gioco: «Alcuni amici in palestra mi prendevano in giro per la mia presunta agilità e avevano iniziato a chiamarmi “Pantera”», dice. Un felino che, tra riflessi e tenacia, ben rispecchia il percorso della trentina, passata dal record di quarti posti e in generale di top10 in Coppa del Mondo senza vittorie, a 3 successi di fila in discesa libera che le sono valse, oltre alla sua continuità, una meravigliosa Coppa di discesa libera, trofeo dal valore tecnico altissimo: «Nel nostro ambiente – dice – ci si complimenta sempre con chi vince la gara. Ma dopo la mia prima vittoria ho percepito un affetto totalmente sincero da parte di tutte. Perché nel circuito ero diventata un po’ una barzelletta, nel senso buono del termine: ero la ragazza che sciava sempre bene, sempre lì a un passo dalle primissime posizioni, ma che alla fine non ce la faceva mai. Quando finalmente sono arrivati quei successi, le altre atlete erano davvero felici per me». Laura Pirovano, trentina di Spiazzo in Val Rendena, classe 1997, campionessa del mondo juniores in slalom gigante ©Pentaphoto SULLO SPIRITO CON CUI AFFRONTAVA LE GARE, PRIMA «Mi dicevo semplicemente: “Ci ho provato anche oggi. Se il destino era questo, va bene così”. Era frustrante, certo, ma a furia di sfiorarlo quasi non ci facevo più caso». SULLA GIOIA POST VITTORIA «Il primo giorno è stato un sogno, bellissimo. Il secondo giorno, vincere di nuovo per un solo centesimo, sembrava quasi uno scherzo: guardavo il tabellone e mi dicevo “No, non è possibile”. Invece ce l’ho fatta. Come sia successo di preciso non chiedetemelo, ma è andata così e ne sono immensamente felice. Ora comunque manca davvero poco all’inizio della nuova stagione, la concentrazione si sposta lì e vedremo come andrà». COME NASCE LA STORIA DELLA PANTERA «La storia della pantera nasce da quegli allenamenti acrobatici in palestra dove gli amici mi prendevano un po’ in giro per la mia presunta agilità. A un certo punto la cosa è sfuggita di mano e mi hanno persino disegnato una pantera sul casco a mia insaputa. Diciamo “pseudo-agilità”, perché io nasco fondamentalmente come discesista e agli inizi della carriera non ero proprio un mostro di fluidità nei movimenti… Però alla fine è diventato un simbolo simpatico che mi accompagna ovunque». Navigazione articoli Goggia, chiarezza sui virus: «Sölden? Punto prima a stare bene» Coppa del Mondo: 60° anniversario il prossimo 5 gennaio