Che anni, quegli anni. Settanta. A ripensarci oggi, così lontani sì, ma forse pure molto vicini, per certi versi. Anni “di piombo”, certo, e anni completamente diversi per la nostra serie A, che dal 1966, dopo il flop ai Mondiali di calcio inglesi, ha chiuso le frontiere. E allora… squadre solo italiane in campo, a parte quegli stranieri che nel ’66 c’erano già. Loro possono restare, se vogliono, età permettendo. Ma dieci anni più tardi, di fatto, non c’è più nessuno, se non l’immarcescibile José Altafini, comunque con il doppio passaporto, e pochi altri. STORIA Nell’estate in cui ci si prepara alla 74ª edizione della massima serie del campionato italiano di calcio (la 44ª a girone unico), disputata tra il 5 ottobre 1975 e il 16 maggio 1976, e conclusa con la vittoria del Torino, al suo settimo titolo, arriva a una svolta, per dirne una, l’inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia, a Brescia: il neofascista Angiolino Papa confessa di essere uno degli esecutori materiali dell’attentato. Il 23 ottobre dello stesso anno il premio Nobel per la letteratura viene assegnato al poeta italiano Eugenio Montale, mentre il 2 novembre, alla periferia di Ostia, viene ritrovato il cadavere dello scrittore, regista e poeta Pier Paolo Pasolini. E il trattato di Osimo sancisce, trent’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i confini tra Jugoslavia e Italia. Stagione turbolenta, insomma, e il peggio purtroppo deve ancora venire. GRANDE TORINO Intanto i tifosi sotto la Mole attendono uno Scudetto dal 1949, l’anno tragico di Superga e del Grande Torino, fin lì invincibile. Anni in parte difficili, quelli seguenti. Nel 1958-1959 i granata addirittura retrocedono in serie B, e proprio in quella stagione, a seguito dell’abbinamento commerciale con l’azienda dolciaria Talmone, il club granata assume la denominazione di Associazione Calcio Talmone Torino. Un unicum fino al 1981 nella storia del nostro campionato. Ma non porterà bene… Luigi “Gigi” Radice, al primo anno sulla panchina del Torino, centra subito lo Scudetto. E’ il 16 maggio 1976 Il Toro vince comunque il campionato di B immediatamente e risale in fretta nella serie maggiore. Arriva anche un guru come Nereo Rocco in panchina, dopo la clamorosa rottura con il Milan nonostante la Coppa dei Campioni vinta nel 1963, la prima per una squadra di club italiana. Saranno 4 anni di stallo, nonostante un 3° posto in campionato nel 1964-65, con annesse le semifinali di Coppa Italia e Coppa delle Coppe. Prima che Rocco torni al Milan a vincere di nuovo tutto. Nel frattempo è già arrivato al timone della società Orfeo Pianelli, imprenditore mantovano, nato operaio e diventato capitano d’industria, numero uno granata dal 12 febbraio 1963. La speranza, mai celata, è di riportare la squadra ai fasti vincenti dell’epopea di Valentino Mazzola. Ci riuscirà, in parte, almeno per un paio di stagioni. SVOLTA Ma il 20 maggio 1975 il Torino è clamorosamente in crisi. Dopo giorni di pesanti contestazioni, anche personali, proprio Pianelli rassegna le dimissioni. Il bicchiere è colmo, non ne può più. Si faccia avanti qualcun altro, se può/vuole. E il giorno seguente fa lo stesso l’allenatore Edmondo Fabbri (proprio il CT azzurro ai Mondiali 1966, quelli della sconfitta contro la Corea del Nord…), che lascia la panchina nonostante un contratto già firmato per la stagione successiva, 1975-1976. Finita? Macché. Il Consiglio d’Amministrazione respinge le dimissioni, almeno quelle di Pianelli. Che il 27 maggio, non essendoci offerte per la società, torna in sella e con un colpo di teatro presenta subito il nuovo allenatore assunto a tempo di record: è il giovane, rampante, già molto chiacchierato, Luigi “Gigi” Radice, 40 anni, che ha salvato miracolosamente, nella stagione appena terminata, il Cagliari, ereditato dopo nove turni da Chiappella in posizione pericolante (i rossoblu però, dopo l’ennesimo infortunio di Gigi Riva, retrocederanno malinconicamente al termine della stagione 1975-1976, da ultimi in classifica, con soli 19 punti). CAMBIAMENTI Radice era già stato artefice del “miracolo” Cesena, portato in serie A, e poi un po’ incompreso a Firenze (come spesso capita, da quelle parti…). Ha personalità, ama il calcio offensivo, atletico, che trionfa in quel particolare momento storico, non quello classico di rimessa, e dunque si comporta di conseguenza, impostando la squadra su un formidabile trio di fonti di gioco: Eraldo Pecci, Claudia Sala e Renato Zaccarelli. Il primo, l’equilibratore fondamentale del centrocampo granata, ha 20 anni e il Bologna l’ha ceduto per “soli” 800 milioni (di vecchie lire, s’intende), perché a torto lo crede soggetto a ernia del disco. Sarà l’acquisto più azzeccato in assoluto e giocherà anche con Diego Armando Maradona al Napoli nel 1985-1986, tanto per dire. Claudio Sala è un ex trequartista trasformato in micidiale ala destra dal cross pennellato sempre pronto. Il “profeta del gol”, anche se di reti lui ne segnerà poche. Più che altro, le farà fare agli altri. E Zaccarelli è interno completo abile in interdizione e nei rilanci (firmerà tra l’altro lui, e da subentrato, nel 1978, ai Mondiali, la vittoria in rimonta 2-1 sulla Francia di Platini, esordio di Bearzot nella Coppa del Mondo). CAMPIONATO Il mercato, al solito ormai, riguarda solo i calciatori italiani. Ma è comunque scoppiettante: la Juventus riesce a soffiare Tardelli all’Inter, Inter e Milan “litigano” poi per il “nuovo Riva”, Libera, dal Varese (sarà un mezzo flop), ma fa scalpore, per l’epoca, il Napoli di Ferlaino, che acquista Savoldi dal Bologna per 2 miliardi di lire, cifra sconvolgente per il periodo: 1,4 in contanti, Clerici a titolo definitivo e la comproprietà di Rampanti, riscattato proprio dal Torino. Inizialmente sembra una sfida solo tra la Juventus di Parola e il Napoli di Vinicio, che partono bene e si dividono la vetta nelle prime giornate. Il Toro di Radice, comunque, insegue da vicino. Poi, la svolta, dalla sesta giornata, 16 novembre 1975: il Toro batte il Napoli in casa 3-1 con reti di Pulici (doppietta) e autorete di Punziano. Intanto il 20 novembre muore a Madrid, dopo un mese di agonia, il generale Franco. Una settimana più tardi il principe Juan Carlos di Borbone sale sul trono di Spagna. E da dicembre la squadra di Radice inizia a volare: supera 2-0 la Juventus nel derby con i gemelli del gol Pulici-Graziani in rete e inanella una serie di cinque vittorie consecutive che la proiettano vicino alla vetta. La Juventus comunque è campione d’Inverno, come si diceva allora, con tre punti proprio sui “cugini” del Toro. Poi addirittura il vantaggio bianconero sale a cinque punti, quando i granata cadono a San Siro con l’Inter. A fine febbraio sembra finita. Non è così. DERBY-SCUDETTO SOTTO LA MOLE Perché la Juventus si fa male da sola. Il tecnico Parola accomoda Anastasi in panchina per far giocare Gori e Damiani in attacco, fin da inizio stagione. “Pietruzzo” deve accontentarsi di subentrare a partita in corso. Ma non lo accetta: il “male” cova dentro e il 23 marzo esplode, con Anastasi che spara a zero su società e tifosi. L’effetto è dirompente. Nei due turni successivi i bianconeri perdono il derby di ritorno con il Torino (ufficialmente 1-2, poi 0-2 a tavolino per un petardo scagliato all’intervallo che colpisce e lascia stordito per un po’ il portiere granata Castellini) e quindi a San Siro contro l’Inter (1-0, Bertini, su punizione). E’ sorpasso granata. E alla fine gli uomini di Radice vincono con appena due punti di vantaggio, mentre in coda ai derelitti Como e Cagliari, da tempo staccati, si aggiunge l’Ascoli, retrocesso, superato dalla Lazio in extremis solo per differenza reti. All’ultima giornata tutto è ancora in gioco, i granata hanno un solo punto di vantaggio sulla Juventus. Pareggiano in casa sul pericoloso Cesena, 1-1. Il gol Scudetto è di Pulici, quello del vantaggio iniziale. Scudetto, sì, perché la Juventus cade a Perugia (come accadrà poi nel 2000, sotto il diluvio), perde 1-0 e abdica definitivamente. Nel frattempo sono scattate le Olimpiadi invernali a Innsbruck, in Austria, dopo la rinuncia di Denver: il bottino dell’Italia è tutto dello sci alpino. Bronzo in discesa con Herbert Plank, 2 argenti nello slalom speciale con Gustav Thöni e Claudia Giordani, e l’oro di Pierino Gros sempre in slalom. Scoppia anche lo scandalo Lockheed. Il Torino campione nel 1976 trova la formazione giusta cammin facendo. Castellini in porta, detto “il giaguaro” per il gran colpo di reni; Santin, che doveva essere libero titolare, gioca molto meno del previsto perché esplode in quel ruolo Caporale, scarto del Bologna. Gorin a destra, Salvadori terzino sinistro (era un mediano, in realtà) e stopper il pilone Mozzini, fortissimo di testa, abile anche in zona gol. A centrocampo mediano diventa invece il neo acquisto Patrizio Sala, 19 anni, nemmeno omonimo di Claudio, che giostra al solito sulla destra. Regista Pecci, Zaccarelli mezzala di punta (oggi si direbbe trquartista). In avanti i “gemelli del gol“: Graziani, mobilissimo panzer d’area di rigore, e Pulici, felino predatore di gol di testa e in acrobazia. Si intendono a meraviglia, offrendo alla squadra un terminale offensivo micidiale. “Puli-ciclone e Ciccio-gol”, come scriverà una nota firma. Enzo Bearzot, per costruire la squadra che estrometterà l’Inghilterra nelle qualificazioni al Mondiale del 1978, attingerà a a piene mani da Juventus e Torino, al top in quel momento in Italia. Portando con sé l’ostracismo della stampa romana e milanese. LIETA NOVELLA Il 16 maggio 1976 il Torino conquista lo Scudetto, a oggi è ancora l’ultimo della sua storia gloriosa. Quarantacinque punti contro i 43 della Juventus. Capocannoniere è Paolino Pulici con 21 reti (in un campionato a 16 squadre e con i due punti per vittoria). E’ un anno complesso, tragico, difficile, il 1976: in Argentina il 24 marzo un colpo di stato provoca la caduta di Isbelita Peron. Il generale Videla, eletto presidente della Repubblica, instaura una feroce di dittatura con Agosti e Massera. Migliaia di morti e di “desaparecidos”. Il 6 maggio 1976 il Friuli viene colpito da un disastroso terremoto, che provoca 976 morti, migliaia di feriti e oltre 50.000 senza tetto. La città di Gemona, undicimila abitanti, è distrutta. I danni sono ingentissimi: 25.190 i miliardi stanziati per una ricostruzione che si rivelerà, almeno, velocissima. Il boom, tornando al campionato, è quello del Cesena, che chiude sesto e si qualifica per la prima volta in Europa (Coppa Uefa); il caso è invece quello di Giorgio Chinaglia, bomber della Lazio, che d’estate scappa negli Stati Uniti, Paese di origine della moglie Connie Eruzione, torna, ma il 25 aprile del 1976 dà l’addio al pubblico di casa dopo un match contro il Torino, con un discutibile saluto “romano”. La sera si imbarca per gli States. Farà fortuna e gol nei New York Cosmos. Dove giocherà con un certo Pelè. Tornerà da presidente nel 1983. Ma non andrà benissimo. Sboccia anche, nel ruolo di libero, Gaetano Scirea, che si era rivelato come trequartista nell’Atalanta. Ma nel frattempo era stato chiamato dalla Juventus per raccogliere l’eredità di Salvadore. L’operazione riesce a meraviglia. Francesco “ciccio” Graziani Navigazione articoli Cambiamenti per Amiez ed Elezi-Cannaferina Serena Viviani si ritira: «Non ho mai mollato»
Bellissimo “amarcord”. Nel 1976 avevo 5 anni e iniziavo a guardare il calcio; anzi, ad ascoltarlo perché all’epoca era soprattutto uno sport radiofonico. Ero in una famiglia interista ma quella squadra che non era né Milan né Juve poteva essere una simpatia senza che nessuno cercasse di raddrizzarmi. Così per un paio d’anni, fino ai mondiali del 1978, le mie simpatie di bambino andarono si granata e alla loro maglia che, allora, era stupenda. Il mio preferito era indubbiamente Zaccarelli. Con quel portamento quasi nobiliare, testa alta e lanci precisi. Poi, finiti i mondiali un cui proprio Zac segnò uno dei goal più belli, decisi definitivamente per l’Inter, una passione che conservo ancora. Che tristezza però vedere da almeno 20 anni il Toro non essere più né carne né pesce, rinnegando in modo stridente la sua essenza di squadra combattente, nel bene o nel male Rispondi
Sicuramente quell’epoca lì, senza stranieri, non esiste più. E’ lontanissima. Ma il calcio era bello allora come adesso. Il Torino non va più in serie B e questo è un merito, per me. Poi, certo, si è smesso un po’ di sognare. E questo resta un demerito. Ma il calcio di oggi è molto difficile. Servono più soldi di tutti per vincere. Nel 90% dei casi è così. Rispondi
Vero. Ma negli ultimi 25 anni molti, fra Chievo, Sassuolo, Atalanta eccetera sono arrivati dove il Torino, pur di proprietà di uno degli uomini più potenti d’Italia, non è arrivato Rispondi
E questo vuol dire che si può progettare meglio, non c’è dubbio. Anche il Bologna nelle ultime tre stagioni ha fatto sempre bene. Non c’è dubbio che il Torino possa fare di più. Ma come?!? Rispondi