Unbelievable. Lo ha detto lei. «E’ il termine giusto per la mia stagione». Ma non credetele. Almeno, non completamente. La buttiamo sulla battuta. Vero che è successo tutto subito e molto in fretta, ma è anche vero che nulla accade per caso. Se vinci le ultime tre discese libere della stagione, se ti dimostri la più forte quando conta di più, se ti imponi prendendoti tappa e giro proprio all’ultimo sussulto, per usare una metafora ciclistica, allora ci sono pochi dubbi: sei una fuoriclasse. E Laura Pirovano è una fuoriclasse. E’ anche la ragazza della porta accanto, la semplicità fatta persona, acqua&sapone, la compagna di banco ideale che la grinta ce l’ha nella testa e la tira fuori “solo” in pista. Per il resto, educazione, sorrisi, gioie, dolori anche sì, leggi due infortuni a due ginocchia diverse sempre nelle stagioni olimpiche (2017-2018 e 2021-2022), ma anche l’accettazione del “dramma” sportivo, la sopportazione, la resilienza, senza scenate. Senza spaccare un bastone quando non si vince (ed è successo tante volte), senza lanciarsi in sceneggiate sfrenate quando finalmente suona la tua ora. La Coppa del Mondo di discesa libera femminile resta in Italia, passa solo dalle mani di Federica Brignone a quelle, degnissime, di Laura Pirovano. Che nel momento della verità, come previsto a dire il vero, non trema, perché campioni si è in primis nella testa. Nonostante i dubbi e le incertezza della vigilia raccontati poi al traguardo, a “caldo”. Certo, la prima parte di stagione era stata dominata da Lindsey Vonn che al 90% avrebbe conquistato la nona Coppa di discesa, raggiungendo tra l’altro il numero magico di Shiffrin in slalom (9 “coppette” anche per Mika), ma non è la prima volta che un infortunio si mette di mezzo nella storia di questo sport, anzi. Purtroppo, bisogna accettare la realtà. La trentina è degna vincitrice del trofeo di cristallo in libera. Gruppo azzurro in festa in Norvegia per Laura Pirovano ©Pentaphoto Laura Pirovano è emersa prepotentemente nel momento decisivo della Coppa del Mondo e con un ruolino di marcia non indifferente, basta guardarlo: nove discese disputate nel circuito maggiore nel 2025-2026, mai oltre la nona posizione. Ottava e sesta a St. Moritz tanto per partire, quinta in Val d’Isere, quarta a Zauchensee, sesta a Tarvisio (sesta anche ai Giochi di Cortina), nona a Soldeu, peggior risultato stagionale nella disciplina, e poi sempre prima tra Val di Fassa (due volte) e Kvitfjell, con l’ultimo successo pesante come un macigno. In realtà, con il 5° posto di Aicher, le sarebbe bastato anche un piazzamento tra le prime 14 per alzare al trofeo, ma questo ovviamente lo si dice dopo. Prima, e soprattutto in pista, certi calcoli non li puoi fare, anche perché nel momento in cui Pirovano è scesa sulla Kvitfjell-OlympiaBakken, Aicher si trovava al terzo posto a 22 centesimi dalla leader, provvisoria, Breezy Johnson. Tre podi assoluti in Coppa del Mondo, tre vittorie. Sì, il karma toglie, il karma dà. Ma è soprattutto questione di classe. Laura in questo momento rimane probabilmente la discesista più tecnica dell’intero circuito. La foto con Odermatt, re della discesa al maschile, resterà la sua preferita per tanto tempo, crediamo. E ora Laura, Lolli per tutti, che lotta comunque per restare tra le prime 6-7 della classifica generale, intonerà al piano, che ama suonare nei momenti di svago, una melodia dolcissima. Papà imprenditore lombardo di nascita, mamma trentina, lei è cresciuta a Spiazzo in Val Rendena, a 20km da Madonna di Campiglio, senza assilli, con i genitori quasi increduli del talento della figlia e assolutamente a digiuno di nozioni tecniche. Non sono certo allenatori… Forse, meglio così. Amata e stimata da tutti, compagne e avversarie, mai una parola fuori posto, educata bene, diplomata al Liceo linguistico, ricorda un po’ nella sua parabola sportiva una certa Margherita Granbassi, campionessa di fioretto che quasi… non sapeva d’esserlo, anche lei autentica signora delle pedane, triestina. “Ghita”, grazie anche all’aiuto di un mental coach, alla fine in carriera ha raccolto tantissimo (un oro mondiale battendo all’ultima stoccata Valentina Vezzali nel 2006, un argento iridato dietro proprio Vezzali nel 2007, un bronzo olimpico a Pechino 2008, tutto a livello individuale, più una Coppa del Mondo nel 2005 e svariati titoli a squadre). Due donne di classe, dentro e fuori l’arena sportiva. A cui sembrava sempre mancare proprio quella cattiveria, persino quell’arroganza agonistica tipica delle grandi campionesse. Brave, ma non brevissime. No. La storia ha dimostrato e sta dimostrando che non era e non è così. Un bell’esempio, per tutto lo sport! Si può vincere con la dolcezza, con il sorriso, con la semplicità. E con il talento. Viva lo sport. Valentina Vezzali e Margherita Granbassi, oro e bronzo nel fioretto individuale ai Giochi di Pechino 2008 Navigazione articoli Anna Trocker e quella sciata così moderna